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Pit Stop Team

Locatese Volante

Una sensazione…molto fisica.
Ecco come definirei la mia passione per i motori.
Sarà capitato a chiunque di leggere di varie teorie che hanno tentato negli anni di dare una spiegazione al perché l'uomo, o meglio, certi uomini sentano l'esigenza di correre più o meno in tondo lungo un percorso più o meno chiuso, su un mezzo meccanico con 2 o più ruote.
Mezzo che il più delle volte è la massima espressione del lavoro di altri uomini, detentori dello scibile umano nel campo della meccanica, della termodinamica, nella lavorazione dei metalli e di altre nobilissime scienze, oltre che il frutto di investimenti economici proporzionali al livello di visibilità dell'evento dove si cimenta tale mezzo ma comunque sempre troppo elevati.
Secondo tali teorie forse lo si fa per dimostrare agli altri il proprio valore per misurare il proprio coraggio, come James Dean in "gioventù bruciata", o ancora per appagare la sete di competizione facendo proprie le parole del barone de Cubertin, o sentirsi "potenti", "importanti"…ma qui si rischia di sconfinare nel qualunquismo..
Non mi permetto di criticare le ricerche, i trattati e gli studi di coloro i quali hanno redatto tali scritti, ma per quanto validi possano essere, secondo me non tengono conto di una cosa: l'uomo è una creatura dotata di 5 sensi e forse si può considerare l'intelletto al pari di un "regalo" che ci è stato fatto per soddisfare appieno questi sensi.
Un esempio? Ascoltate una sinfonia di Beehtoven e le vostre orecchie saranno il mezzo tramite il quale il vostro corpo e la vostra mente gioiranno o soffriranno all'unisono. Aprite gli occhi davanti alla Gioconda di Leonardo e il vostro cervello sarà subissato da una serie infinita di emozioni, la testa vi si chinerà leggermente da un lato, forse arretrerete di qualche passo senza rendervene conto…tutto questo semplicemente guardando una tela dipinta. E si potrebbe continuare ancora: stappate un Verdicchio dei Castelli di Jesi e il vostro olfatto prima e le vostre papille poi vi traghetteranno in un susseguirsi di sensazioni che, ahimè, non posso descrivere per mancanza di adeguate doti oratorie..
Appoggiate il palmo della mano su una pagnotta appena sfornata: sentite la fragranza? Sentite la mascella che si rilassa e la vostra lingua che cambia posizione?

Ecco.

Le sensazioni: la voglia di provarle, di conoscerle, di riviverle. Quante sensazioni non conosciamo? Penso moltissime. Io, come tanti altre persone con la passione dei motori, penso di essere fortunato perché posso provare sensazioni che prima non conoscevo o che semplicemente non avrei mai conosciuto se avessi avuto la passione per la danza, o per la pittura, o per l'alpinismo.
Ma anche chi è appassionato di danza, di pittura o di alpinismo deve ritenersi fortunato, perché prova sensazioni che forse io non proverò mai.
Adesso viene la parte difficile: descrivervi le sensazioni -non tutte- che si provano a bordo di un'auto, o di una moto quando si scende in pista. Ma ci provo.
Iniziamo con quest'ultima, e cerchiamo di immaginarci immersi in una giornata di Aprile, è mattino, e siamo nel circuito Santa Monica a Misano Adriatico, vicino Rimini. L'aria è fresca sulla faccia, si sente che non c'è quell'umidità tipica dell'inverno milanese. Il sole è là, stampato in un cielo azzurro senza nuvole. E c'è silenzio tutt'intorno. O per lo meno non c'è quel frastuono che si pensa ci sia normalmente in un autodromo. Entriamo in un box ed è quasi fastidioso passare dalla luce che c'era fino a qualche secondo prima a quel nugolo di ombre cinesi, ma dall'altra parte qualcuno apre un'altra serranda e una lama di luce sembra sollevare quel telo nero che ricopriva tutto.
In mezzo, in bella vista, la moto. Le si getta un'occhiata quasi disinteressata, del tipo "ah, bene, è ancora lì"
La vista.
E ci si volta dall'altra parte per prendere il casco, indossare la tuta, i guanti, gli stivali…
La tuta è di pelle, abbastanza dura, pesante, sembra quasi voler scivolare dalle mani, e ci si infila dentro a fatica perché è stretta e le protezioni non aiutano certo. Anche gli stivali danno il loro bel da fare, con tutti quei ganci in plastica da chiudere.
E' la volta dei casco: i capelli si tirano, le orecchie si piegano, ci si scuote dentro la testa per cercare la posizione più comoda tenendolo fermo con le mani.
Con le mani: il tatto.
E lasciate perdere tutte quelle fantasticherie e quelle allusioni ai cavalieri e alle armature e alla boriosità di coloro che si pavoneggiano la domenica pomeriggio sul lungolago, quelle cose non ci appartengono….più.
Chi ha indossato una tuta sa quanto questa possa essere scomoda all'inizio, e certo non ci si sente come superman!
Poi però qualche movimento e il calore del corpo ammorbidiscono la pelle e la si comincia a sentire addosso come un guanto, tesa ma non fastidiosa, e non è più filtro di sensazioni. Testimone è il fatto che appena si sale in sella il freddo del serbatoio, o meglio, della benzina che c'è nel serbatoio di metallo, e l'alluminio del telaio, avvolge le cosce: dura un attimo ma vi assicuro che si ricorda bene.

Ora se siete arrivati fin qui a leggere o vi piace come scrivo ( ma non credo.. conosco i miei limiti in materia dai tempi del liceo) oppure la cosa vi interessa, e vi interesserà ancora di più sapere cosa succede quando si supera la pit-lane, quella linea disegnata sull'asfalto che divide il resto del mondo dalla pista.
Superarla in moto o in auto poco importa. Ciò che conta è che si entra in uno spazio dove si sa che la propria fisicità diventerà tutt'uno con ciò di cui si è a bordo. Si proverà caldo, magari rabbia, si tratterrà il respiro per quasi un minuto, le dita delle mani sapranno essere tese come corde di violino e i piedi conosceranno una sensibilità da prima ballerina, gli occhi si abitueranno a fissare dei punti sul terreno che scompaiono nel batter di un ciglio, ci si dimenticherà di deglutire, scariche di adrenalina pervaderanno il corpo, le orecchie avvertiranno ogni minima nota nell'aria nonostante i tre centimetri di polistirolo che rivestono l'interno del casco, il bacino si muoverà a destra, a sinistra, in alto e in basso e vibrerà pure lui, e il cervello sarà impegnato a studiare tutte queste informazioni e a rispondere di conseguenza.
Ma è brutto chiamarle informazioni, perché le informazioni sono fredde, asettiche, da cartello stampato. Qui si tratta di sensazioni, calde, veloci, non interpretabili il più delle volte, che mettono in attività il nostro istinto proprio perché parlano la stessa lingua.
E uno ringrazia di aver ricevuto il regalo di cui si parlava parecchie righe sopra..

Io queste sensazioni ho iniziato a provarle abbastanza in là negli anni.
I primi pruriti alle mani mi vennero alla tenera età di 9 anni, quando percorrevo avanti e indietro (nel senso: prima marcia, stop, retromarcia. Prima marcia, stop, retro..) la strada sterrata che portava al nostro campo con la Fiat 128 bianca del mio babbo, ma devo dire che mi divertivo di più a veicolo fermo schiacciando tutti i bottoni e credendo di essere il capitano Harlok. Il povero Garelli Eureka Flex da 50 c.c., mio primo mezzo di trasporto a motore, sembrava essere uscito da un film di Tomas Milian o da una canzone degli Articolo 31 dal tanto era imbastardito da sella lunga, scarico rumorosissimo, molle rosse, cerchi cromati…
A sedici anni la svolta con l'enorme atto di fiducia dei miei genitori nei miei confronti. 28 Settembre 1991: Aprilia Futura 125 in garage. Ma il passaggio dalle stalle (il Garelli) alle stelle (la Futura) ha avuto il suo prezzo. 14 Novembre 1991: Aprilia futura 125 dal meccanico con danni stimabili attorno al 70% del valore commerciale della moto nuova. L'inesperienza si paga. Carissima.
I danni morali? Incalcolabili, soprattutto perché vedevo svanire ogni mio sogno per colpa di una banalissima pinzata a centro-curva, prima ancora di sapere cosa succedesse una volta che l'ago del contagiri fosse andato oltre l'8 stampigliato là, nero su sfondo bianco, in quello strumento ancora avvolto dal mistero.
Il 1992 inizia con una telefonata del meccanico che annuncia la rinascita di quello che preferisco considerare come un diario piuttosto che come un mezzo di trasporto. La prima bigiata a scuola, la prima sfida, la prima volta in autostrada, la prima impennata, la prima ragazza e le prime frenate con la ragazza sul sellino dietro..Insomma, come si dice: "se potesse parlare, ne avrebbe da dire!".
Poi la patente per l'auto, la Fiat cambiata per via di una legge che limitava la potenza dei veicoli per i neopatentati, un altro incidente da guinness par il libro-paga del carrozziere con una Renault Clio 1.2 la cui larghezza passò improvvisamente dai 163cm standard ai successivi 130 per via di 2 pioppi (la cui distanza tra le relative cortecce era, appunto 130 cm..), una Fiat Uno 1.4 turbo-look con il solito scarico bucato per fare racing.
E la moto? Quella c'era sempre, ma gli studi, l'auto, la passione per la meccanica che mi faceva passare i sabati nell'officina di mio zio e la morosa che mi faceva passare le domeniche al lago, mi facevano avere sempre meno tempo per lei, o meglio, per me.
Finchè un giorno un banale corto elettrico e altri acciacchi più o meno seri mi portò alla decisione di farla radiare. Ma non la buttai. Ora è in camera mia, svuotata dei suoi liquidi vitali ma accanto al mio letto.
Quasi un anno senza moto. Poi a un certo punto il fisico non ce la fa più. Ne ha bisogno.
E così mantenni fede a una promessa che mi ero fatto il giorno che posai le targhe della Futura sul bancone della motorizzazione: andrò dal meccanico e comprerò la moto più potente che potrò permettermi. Risultato: 13 Dicembre 2000, Yamaha YZF 750R in garage.
Per pura scaramanzia non la usai fino all'anno successivo..
Nel contempo la Fiat Uno non si confaceva più a un fresco e rampante laureato. E acquistai quell'automobile che avevo notato in un concessionario brianzolo e con la quale ero convinto avrei fatto strage di ragazze.
Come al solito le cose no vanno mai come si progetta, o per lo meno le cose vanno come devono andare, ed è meglio così, a volte.
E da novello latin-lover della domenica pomeriggio, con occhiali scuri e chioma al vento, mi son trovato a viaggiare con 4 gomme da drifting al posto del sedile del passeggero per colpa di "certe" amicizie col pallino di percorrere una curva nel più lento modo possibile e facendo più fumo possibile..
Ma ragazzi: che sensazioni!!
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